Corte di Cassazione, Sez. V, 17 luglio 2018 n. 33127

Categoria: Diritto penale

La vicenda

In primo grado l'imputata era stata condannata alla pena di anni due e mesi sei di reclusione, oltre alle statuizioni civili, per alcune condotte di atti persecutori, minacce e sostituzione di persona, danneggiamento, attuate inviando lettere falsamente rese riconducibili alla predetta, nonché sms gravemente diffamatori nelle forme e nei contenuti infondati alle due persone offese predette nonché al comune datore di lavoro ed ai genitori, alla fidanzata della vittima ed ai familiari di quest'ultima, provocando un perdurante stato d'ansia ed il cambiamento delle loro abitudini di vita , oltre che fondati timori per la propria incolumità e quella dei loro familiari.

Il movente dei reati e' stato ricondotto dai giudici di merito alle aspirazioni sentimentali nutrite dall'imputata e non corrisposte, oltre alla volontà di creare problemi alla vittima nella sua vita privata e lavorativa.

Sentenza confermata in appello.

Giunta a in Cassazione, l'imputata viene condannata in via definitiva per aver posto in essere reiterati atti persecutori, con il movente passionale; viene però riconosciuta anche l'aggravante generica ex art. 61 c.p. per aver agito per motivo abbietti o futili, ovverosia per gelosia.

La gelosia: un capriccio ossessivo

La condotta della donna configura l'aggravante dei futili motivi sia sul piano della valutazione in concreto operata attraverso l'analisi del contesto di accadimento dei fatti e delle modalità con le quali è stato posto in essere il reato, sia sul piano del giudizio rispetto ai parametri astratti individuati come corrispondenti alla nozione di motivo futile.

E' innegabile che la coscienza collettiva non possa accettare alcun collegamento tra le ragioni a delinquere della ricorrente ed il reato stesso e come si possa individuare nel caso di specie quel particolare disvalore indotto da una causale sicuramente irrisoria poiché frutto di un capriccio ossessivo.

Del resto, la giurisprudenza di legittimità si e' decisamente evoluta nei suoi orientamenti, superando opzioni collegate a tempi risalenti nei quali riteneva il movente della gelosia quasi incompatibile con la aggravante dei motivi futili ed allineandosi alla mutata coscienza collettiva che, conferendo sempre maggior valore alla libertà di autodeterminazione nei rapporti interpersonali e sentimentali, ha chiarito che il motivo di gelosia può portare ad escludere l'aggravante in questione se si tratti di spinta davvero forte dell'animo umano che può indurre a gesti del tutto inaspettati e illogici e sempre che la condotta non sia in realtà espressione di uno spirito punitivo nei confronti della vittima, considerata come propria appartenenza.

Nel caso di specie, tuttavia, non vi è alcuna particolare spinta di gelosia nell'animo della donna, la quale non aveva alcun rapporto sentimentale con la vittima.

Lo stalking

Secondo le linee interpretative oramai consolidate tracciate dalla giurisprudenza di legittimità sul tema, la prova dello stato d'ansia o di paura denunciato dalla vittima del reato può essere dedotta anche dalla natura dei comportamenti tenuti dall'agente, qualora questi siano idonei a determinare in una persona comune tale effetto destabilizzante e, più in generale, può essere desunta da elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall'agente ed anche da quest'ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l'evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui e' stata consumata.

Ed ancora, ai fini della configurabilità del reato di atti persecutori, non è necessario che la vittima prospetti espressamente e descriva con esattezza uno o più degli eventi alternativi del delitto - tra i quali lo stato d'ansia provocatole dall'imputato o il fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto, che sono certamente enucleabili dal contesto della vicenda in esame - potendo la prova di essi desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell'agente.


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