Consiglio di Stato, Sez. IV, 18 maggio 2012 n. 2919

Categoria: Urbanistica

Dotata di profondo tecnicismo é la sentenza che ci apprestiamo a commentare, attraverso la quale il Consiglio di Stato studia il rapporto tra la destinazione di verde privato imposta ad una data zona da parte dello strumento attuativo del P.R.G. e l'impugnazione di un diniego di permesso di costruire.
Nella specie, con provvedimento del 24 giugno 1991, l’Amministrazione Comunale di Ceglie Messapica respingeva l’istanza di rilascio di concessione edilizia presentata da una Società, rilevando che “il piano attuativo dello strumento urbanistico generale al momento della sua adozione ha previsto, in conformità dello strumento urbanistico generale, la destinazione dell’area oggetto dell’intervento richiesto, a verde privato”.
Con ricorso proposto innanzi al T.A.R. per la Puglia, Sezione staccata di Lecce, il ricorrente chiedeva l’annullamento di tale provvedimento di diniego, nonché del presupposto piano di recupero delle zone A1-A2 del centro urbano, adottato con deliberazione del Consiglio Comunale del 1989 ed approvato con deliberazione del medesimo Consiglio Comunale del 1989, segnatamente per quanto attiene alla previsione, ivi inserita in attuazione del piano di fabbricazione all’epoca vigente, del vincolo a verde privato imposta sul terreno di sua proprietà.
Con ordinanza 22 novembre 1991 l’adito T.A.R. ha accolto la domanda di sospensione cautelare degli atti impugnati, avanzata dall’impresa ricorrente, rilevando che “l’imposizione della destinazione a verde privato non accompagnata da indennizzo concreta un atto lesivo del diritto di proprietà, sicchè lo stesso deve essere disapplicato dal giudice che conosca incidenter tantum di diritti soggettivi; e che alla disapplicazione della imposizione del vincolo a verde consegue il difetto del presupposto su cui si fonda l’atto impugnato”.
In forza di tale ordinanza, il ricorrente ha diffidato l’Amministrazione Comunale a procedere alla riqualificazione urbanistica dell’area in questione sottoponendola al regime di edificabilità degli altri suoli liberi esistenti nella zona, non avendo – a suo dire – l’area medesima le caratteristiche fattuali di giardino.
Con provvedimento del 16 aprile 1992, l’Amministrazione Comunale ha respinto tale ulteriore istanza rappresentando di non poter procedere alla riqualificazione urbanistica dell’area predetta, poiché la sua destinazione urbanistica trovava la propria fonte in una puntuale disposizione contenuta nel vigente P.R.G., rispetto alla quale il piano di recupero ha assolto solo ad una funzione ricognitiva.
Avverso tale ulteriore provvedimento di diniego G. Pasquale ha proposto un secondo ricorso.
Il giudice di primo grado ha affermato che, in tal senso, il generale potere conformativo di cui è titolare l’Amministrazione Comunale in sede di pianificazione del territorio non coincide in tale evenienza con il ben diverso potere di carattere ablatorio previsto dall’art. 25 della L. 17 agosto 1942 n. 1150, in forza del quale “le aree libere sistemate a giardini privati adiacenti a fabbricati possono essere sottoposte al vincolo dell’inedificabilità anche per una superficie superiore a quella di prescrizione secondo la destinazione della zona”, con la precisazione che “in tal caso, e sempre che non si tratti di aree sottoposte ad analogo vincolo in forza di leggi speciali, il Comune è tenuto al pagamento di un’indennità per il vincolo imposto oltre il limite delle prescrizioni di zona”.
Tale disciplina è infatti applicabile nell’ipotesi, ben differente dal caso di specie, in cui lo strumento urbanistico generale imponga, con riferimento ad una singola area edificabile, un indice di fabbricabilità diverso ed inferiore rispetto a quello fissato in via generale per la medesima zona omogenea.
Se così è, pertanto, la destinazione urbanistica di un’area a verde privato operata dalle previsioni del vigente strumento urbanistico primario non assume la natura di vincolo ablatorio o assimilabile, ma rientra nell’ambito della normale conformazione della proprietà privata, espressione del potere di pianificazione del territorio comunale.
In tal senso, per risalente ma ancora attuale e non smentito indirizzo giurisprudenziale, la destinazione a verde privato di un’area rientra infatti tra le ipotesi di qualificazione delle zone territoriali omogenee di cui lo strumento urbanistico primario si compone e, anche se pone preclusione all’edificazione implicando l’esclusione della possibilità di realizzare qualsiasi opera edilizia incidente sulla destinazione a verde (così, ex plurimis, Cons. Stato, Sez. IV, 5 ottobre 1995 n. 781), rimane comunque espressione delle funzioni di ripartizione in zone del territorio, senza determinare vincoli tali da escludere potenzialmente il diritto di proprietà nella sua interezza (così Cons. Stato, Sez. IV, 24 luglio 1985 n. 290).
Per quanto poi attiene alla legittimità della scelta dell’Amministrazione Comunale di destinare l’area di cui trattasi a verde privato, a ragione il giudice di primo grado ha evidenziato che la relativa censura doveva essere proposta impugnando in parte qua lo strumento di pianificazione generale, ossia il vigente piano di fabbricazione, stante il fatto che – come detto innanzi - la previsione contenuta nel piano di recupero è meramente attuativa del piano di fabbricazione medesimo e da esso assolutamente vincolata: e ciò – si badi – anche a prescindere dall’assunto dell’appellante secondo il quale la proibizione, asseritamente momentanea, degli interventi edilizi sull’area in questione sarebbe stata indotta, nella stesura del piano di fabbricazione, “di programmi … di varianti attuative e conseguenti previsioni economiche da parte dell’Amministrazione” (cfr. pag. 11 dell’atto di appello), posto che tale stato di cose non poteva per certo configurare una “competenza” dello strumento attuativo a mutare il contenuto della sovrastante disciplina contenuta nello strumento di pianificazione primario.
In dipendenza di tutto ciò, quindi, correttamente il T.A.R. ha respinto il ricorso proposto essendo insussistente il presupposto per fondare nella specie la sussistenza di un vincolo ablatorio generante un obbligo di indennizzo.


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