Consiglio di Stato, Sez. IV, 27 dicembre 2011 n. 6874

Categoria: Urbanistica

Esemplare e chiarificatrice la sentenza in rassegna pronunciata dal Supremo Consesso in ordine alla distinzione tra vincoli conformativi ed espropriativi.
In primo luogo i giudici amministrativi precisano che, segnatamente ai vincoli espropriativi, costituiscono vincoli soggetti a decadenza solo quelli preordinati all'espropriazione o che comportino l'inedificazione, e che dunque svuotino il contenuto del diritto di proprietà incidendo sul godimento del bene, tanto da renderlo inutilizzabile rispetto alla sua destinazione naturale, ovvero diminuendone in modo significativo il suo valore di scambio. (Consiglio di Stato, sez. V, 3 gennaio 2001 n. 3; id. sez. IV, 17 aprile 2003 n. 2015 e 22 giugno 2004 n. 4426).
Sotto altro aspetto, e qui in relazione alla distinzione tra i vincoli di cui al titolo, il Consesso precisa che il vincolo urbanistico imposto su un terreno di proprietà privata, per essere qualificato sostanzialmente espropriativo, deve comportare l'azzeramento del contenuto economico del diritto di proprietà; di contro, la disciplina urbanistica, che ammette la realizzazione di interventi edilizi da parte di privati seppur conformati dal perseguimento del peculiare interesse pubblico che ha determinato il vincolo, non si risolve in una sostanziale espropriazione, ma solo in una limitazione, conforme ai principi che presiedono al corretto ed ordinario esercizio del potere pianificatorio, dell'attività edilizia realizzabile sul terreno.
Nel comparto motivazionale della decisione, inoltre, il Consiglio di Stato richiama la Corte Costituzionale, la quale, dopo aver precisato in senso positivo che sono vincoli ad effetto espropriativo quelli che possono comportare come effetto pratico uno svuotamento, di rilevante entità ed incisività, del contenuto della proprietà stessa, mediante imposizione, immediatamente operativa, di vincoli a titolo particolare su beni determinati, ha sottolineato, in senso negativo, che devono di conseguenza essere considerati come normali e connaturali alla proprietà, quale risulta dal sistema vigente, i limiti non ablatori posti normalmente nei regolamenti edilizi o nella pianificazione e programmazione urbanistica e relative norme tecniche, quali i limiti di altezza, di cubatura o di superficie coperta, le distanze tra edifici, le zone di rispetto in relazione a talune opere pubbliche, i diversi indici generali di fabbricabilità ovvero i limiti e rapporti previsti per zone territoriali omogenee e simili.
Accanto a questi, sono considerato ancora come imposizioni di carattere non espropriativo i vincoli che importano una destinazione (anche di contenuto specifico) realizzabile ad iniziativa privata o promiscua pubblico-privata, che non comportino necessariamente espropriazione o interventi ad esclusiva iniziativa pubblica e quindi siano attuabili anche dal soggetto privato e senza necessità di previa ablazione del bene.
Ciò può essere il risultato di una scelta di politica programmatoria tutte le volte che gli obiettivi di interesse generale, di dotare il territorio di attrezzature e servizi, siano ritenuti realizzabili (e come tali specificatamente compresi nelle previsioni pianificatorie) anche attraverso l'iniziativa economica privata - pur se accompagnati da strumenti di convenzionamento.
Si fa riferimento, ad esempio, ai parcheggi, impianti sportivi, mercati e complessi per la distribuzione commerciale, edifici per iniziative di cura e sanitarie o per altre utilizzazioni quali zone artigianali o industriali o residenziali; in breve, a tutte quelle iniziative suscettibili di operare in libero regime di economia di mercato.


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