T.A.R. Campania, Napoli, Sez. VIII, 19.02.2015 n. 1154

Categoria: Edilizia

16 ottobre 2015 - Avv. Fabiana Cesaretti

Nell'ambito degli interventi edilizi e della vigilanza sull'attività urbanistico-edilizia, ricopre notevolissima importanza la nozione di variante al titolo abilitativo, la quale trova fondamento nel doveroso riconoscimento delle esigenze tecniche che possono sorgere durante l'esecuzione di lavori o ancora prima del loro inizio.
Più volte la giurisprudenza amministrativa e penale si è pronunciata in tale ambito, vista la riscontrata difficoltà applicativa della disciplina di settore.
A riguardo, merita particolare attenzione la recente pronuncia del TAR Napoli, con la quale i Giudici campani hanno confermato il prevalente orientamento giurisprudenziale e dottrinale in materia.
A parer del suddetto Collegio, le varianti devono distinguersi tra varianti in senso proprio, varianti essenziali e varianti minime.
Procedendo partitamente, si è in presenza di una variante in senso proprio quando il progetto modificato non risulti sostanzialmente e radicalmente mutato rispetto a quello già approvato.
In altre parole, si legge nella sentenza in questione, deve trattarsi di modifiche qualitative e quantitative di modesta rilevanza, avuto riguardo alla cubatura, alla superficie, al perimetro e alla volumetria del progetto originario.
Tale tipo di variante, sebbene debba comunque essere autorizzata da un provvedimento dell'Amministrazione competente, da rilasciarsi con il medesimo procedimento previsto per l'originario permesso di costruire, tuttavia deve considerarsi sostanzialmente collegata al progetto principale da un rapporto di complementarietà e accessorietà; da tanto consegue la peculiarità del regime giuridico a cui soggiace, in base al quale vengono fatti salvi i diritti quesiti a fronte di una normativa contrastante sopravvenuta.
Contrariamente, la domanda di esecuzione di una variante essenziale, definita dall'art. 32 del D.P.R. 380/01 come quella comportante il mutamento d'uso implicante l'alterazione degli standars, l'aumento di cubatura o della superficie di solaio e in tutti gli altri casi previsti dal richiamato articolo, non solo necessita di un autonomo permesso di costruire, ma oltretutto soggiacerà alla eventuale normativa sopravvenuta, anche se contrastante e sfavorevole.
Infine, un'ultima ipotesi è quella delle varianti "minime", così definite perchè non incidenti sui parametri urbanistici nè sulle volumetrie nè tanto meno sulla destinazione d'uso; in tal caso, tali tipi di interventi, così come previsto dallo stesso art. 22 del D.P.R. 380/01, possono essere realizzati in difformità al permesso di costruire originario e regolarizzati attraverso la presentazione di una SCIA prima della dichiarazione di fine lavori.

In conclusione, ed è questo, a parer di chi scrive, l'aspetto più interessante dell'argomento affrontato, l'Amministrazione procedente dinanzi alla richiesta di autorizzazione di una variante in senso proprio, dovrà valutare il progetto alla luce della normativa vigente al momento del rilascio del permesso di costruire originario, senza che una sopravvenuta disciplina contrastante e sfavorevole possa "bloccare" la variante e rendere l'opera irrealizzabile.
Diversamente, dovrà comunque trovare applicazione, in virtù del principio della retroattività della norma più favorevole, un'eventuale modifica della disciplina propizia per il richiedente.


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