Corte di Cassazione, Sez. II, 16 aprile 2012 n. 5972

Categoria: Famiglia


Con la pronuncia in rassegna la Suprema Corte si pone il seguente quesito: se i coniugi hanno ottenuto una decisione di primo grado sulla separazione personale ed il giudizio prosegue in grado di appello, non sulla separazione ma solo sull’addebitabilità della stessa e sull’affidamento dei figli, può ritenersi passata in giudicato la separazione con conseguente scioglimento della comunione legale ed il passaggio alla comunione ordinaria che legittima il coniuge a vendere la propria quota?
La Corte risponde che lo scioglimento della comunione legale si verifica ex nunc con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione personale, il che avviene se l’appello proposto con esclusivo riferimento all’addebito, all’affidamento dei figli ed agli aspetti economici della separazione segna acquiescenza alla pronuncia sulla separazione, e quindi definitività della stessa.

Il caso
Il Tribunale di Lecce, con sentenza 1 marzo 2005, annullava, su domanda di Caia, l’atto pubblico stipulato il 1 marzo 1996 con il quale il marito Tizio aveva venduto a Mevia la nuda proprietà della quota indivisa di 1/2 di un immobile.
Il Tribunale di Lecce ha annullato l’atto perché la vendita era avvenuta in violazione del disposto di cui all’art. 184 c.c.: il bene era stato infatti acquistato dal marito con la moglie in regime di comunione legale, mentre la vendita di cui all’atto impugnato era intervenuta prima della cessazione della comunione legale, avutasi solo a seguito della separazione tra i predetti coniugi pronunciata in via definitiva dalla Corte d’appello di Lecce.
La Corte d’appello di Lecce accoglieva il gravame del marito e, in riforma della pronuncia di primo grado, rigettava la domanda di annullamento del contratto avanzata dalla moglie, perché, quando il marito alienò la sua quota di proprietà dell’immobile con l’atto pubblico del 1996, il bene non era più soggetto al regime della comunione legale, essendo la comunione legale cessata, ex art. 191 c.c., a seguito della separazione personale dei coniugi pronunciata dal Tribunale di Brindisi nel 1989.
La formazione del giudicato sulla separazione non era stata impedita dal fatto che la sentenza di primo grado fosse stata appellata, dal momento che il gravame aveva riguardato esclusivamente il rigetto della domanda di addebito: l’appello non aveva quindi riguardato la separazione in sé ed il relativo capo della sentenza doveva ritenersi coperto dal giudicato allo spirare del termine di impugnazione della sentenza nel 1989, ben prima che sull’impugnazione pronunciasse la Corte d’appello nel 1997.
L’atto di disposizione del quale la donna aveva chiesto l’annullamento, riguardando appunto un bene regolato oramai dalle norme sulla comunione ordinaria, non è invalido per difetto di legittimazione dell’alienante, giacché ciascun comproprieta- rio può liberamente disporre della sua quota ideale del bene, indipendentemente dal consenso prestato dall’altro o dagli altri comproprietari (art. 1103 c.c.).

La decisione
La ricorrente sosteneva l'autonomia decisoria sulla domanda di separazione rispetto all’effettivo titolo di cui alla pronuncia.
Lo scioglimento della comunione legale dei beni tra i coniugi si verifica ex nunc con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione personale; e poiché l’appello proposto con esclusivo riferimento all’addebito, all’affidamento dei figli e agli aspetti economici della separazione segna acquiescenza alla pronuncia sulla separazione, e quindi definitività della stessa, quale parte autonoma della decisione, deve escludersi che la pendenza del gravame su tali aspetti precluda il passaggio in giudicato della separazione stessa ed impedisca la cessazione del regime di comunione legale, cessazione alla quale si riconnettono l’inoperatività del complesso normativo di cui agli artt. 177 ss. c.c. (e, in particolare, dell’art. 184 c.c.) e l’automatica instaurazione delle regole proprie della comunione legale, ivi compresa quella, ex art. 1103 c.c., che abilita ciascun contitolare a disporre del suo diritto nei limiti della quota senza il consenso dell’altro comunista.


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